Scegliemmo Aprile

E scegliemmo Aprile.

 

Aprile per aprire le porte e chiudere a lucchetto, a sigillo, la strada che ogni giorno si è stesa davanti a noi.

Con semplicità.

Con la sola voglia di non spezzare il pane, ambendo ad una fine scontata, già scritta, non evitabile; marchiata a fuoco, si, di autenticità ma priva di anticorpi contro il freddo, l’inverno, le intemperie; le giornate dapprima tonde che formano spigoli dolorosi un giorno dopo l’altro a raschiare il cuore, piegarci i corpi, scolpirci volti.

A spegnere la luce.

E cambiare  gli orizzonti.

 

Come se bastasse mettere dio, guardiano, soldato, garante, solvente o spettatore di un miracolo ed un mistero, mirato ad inciarmarci, d’un volersi divenuto disattento nel tempo. Come se bastasse ricordare quando si era giovani incoscienti; le ore tirate tardi, le corse, le biciclette ed i motorini allucchettati ai pali della luce, notte e giorno, neve o piena canicola. Con il lino dei nostri vestiti a sventolare e gridare forte ciò che -credevamo- dio avesse già scritto per noi. Come se fosse necessario che qualcuno scrivesse per noi.

A non capire che sarebbe stato più importante che qualcuno suonasse per noi, i fili l’erba ingrassati e protetti dal gelo, inserrati e custoditi per lungo, troppo, tempo.  (pausa)

Ebbri dell’estate bevuta sugli alberi, ad arrampicarci per guardare l’orizzonte lontano, con la sinistra ben salda su un ramo e l’altra a tenerti stretta e saldarmi per non cadere, staccandola con timore -tremante- di tanto in tanto per ripararmi dal sole forte, strappato al mondo dalla notte; (pausa). Con quell’espressione lì. (pausa)

 
Sorpreso ad immaginare il pane impastato e cotto nel forno a massima temperatura con l’inverno alle finestre; in riti domenicali, profumati di casa, piccole cose, cumuli di foto e momenti, di piatti e forchette, vino fresco, secco, cristalli, uva ancora custodita dal verderame.

Godere dell’candura delle lenzuola fresche, colorate a dovere, stirate da tua madre, l’aroma del caffè che bolle ad un passo, il candido morbido dei cuscini complici dei nei nostri pensieri.
Il rintocco delle campane ci riscopre svestiti, annodati, puliti e spettinati, reduci dalla notte fatta di zuffe, corpi, di danze e lunghi sospiri, di capelli tirati e strappati, per quel bisogno primario di calmare la febbre, ma non spegnere il fuoco che ci arde, ci culla, ci illude.
Abbiamo pensato “è tutto”.

 

Come due ballerini sul ghiaccio. Corrono, saltano, volano, incrociano sguardi pensando “è perfetto”; raramente si lasciano le mani.

Ogni giorno, scrivere iperboli, pensando al profumo di latte e pianti di notte, piccoli vestiti; e carezze, abbracci, baci, baci e di nuovo baci, l’amore autentico bramato come l’acqua, dal suo primo respiro che ci fa sentire importanti, ci preoccupa, ci fa tremare le gambe; e ci gonfia il cuore; e ci riempie la gola di nodi; l’incoscienza di sapere che da quel momento lì. Da quel momento lì, cambia tutto, si gira una pagina, cambiamo, e dalle estati sotto al glicine o affondati nel sambuco, non torneremo mai più.

Oggi lavi i piatti in cucina.

Scuoti lo scheletro dell’albero di Natale sul terrazzo che abbiamo consumato per giorni con silenzi e schiamazzi.

 

E non capisci.

E non ti accorgi dell’acqua che trapassa il mio impermeabile consunto mentre aspetto l’ennesimo tram nella nostra Milano e scorrono gli attimi fotografati dei nostri “non ci lasceremo mai”. “Mai e poi mai”, categorici come la morte, impressi sulla pelle con inchiostri rossi e dorati, pronunciati con incoscienza e inconsapevolezza, pensando di aver capito tutto eppure avvertendo che il nostro mostruoso cercare -messo a tacere- non aveva ancora trovato la meta.

Non ti sei accorta del giorno in cui ho tolto l’impermeabile ed ho accettato di bagnarmi. L’ho impiccato nell’armadio sull’uscio mentre un’altra pagina volgeva alla fine pesando terribilmente il libro sulla mano sinistra.

E non capisci che abbiamo sbagliato di poco, che non abbiamo capito quando sarebbe stato meglio partire o parlarci, inciampare per non cadere.

Abbiamo perso.

E’ vero.
La dura battaglia nel diventare uomini e donne ci ha lasciato segni profondi come spine di rose strofinate sul cuore. Le nostre rose.
Patiscono la nostra distrazione.
Perite, appese ai rami, chiedono di essere recise ora, subito, senza ulteriori indugi e ripensamenti.

 

Salta amore, non avere paura. E’ il tempo di partire di andare, di riprendere il tempo che corre e ci guarda, e si prende gioco di noi.

E’ il tempo di trovare ciò che ci manca.

 

Scocca e stendi in aria le braccia, vola, bevi queste belle giornate di sole, indossa le tue lenti migliori.

A pieni polmoni, palmi verso il cielo lasciati andare fino a giungerli nella tua solitaria preghiera.

 

 

E’ già passato Aprile. E non lo abbiamo nemmeno salutato.

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